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IuSReporteR.it |
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Testo senza carattere di ufficialità
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Note Legali - Pubblicato nel: gennaio 2003 |
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Processo
telematico: sentenza ipertestuale? di Maurizio Barbarisi – 9 gennaio 2003 Sommario: 1. Premessa
- 2. La sentenza nel processo telematico - 3. La scrittura lineare
e quella non sequenziale - 4. I vari tipi di ipertesto - 5.
La sentenza ipertestuale - 6. I vantaggi dell’ipertestualità
- 7. Conclusioni 1. –
Premessa Com’è noto,
il
Decreto del Ministero della Giustizia 13 febbraio 2001, n. 123[1],
ha introdotto in Italia, anche per il processo civile, il cosiddetto
“processo telematico”[2], quel complesso
di norme che, nel più vasto progetto della e-government,
tendente alla informatizzazione e telematizzazione della pubblica
amministrazione[3], mira a creare,
accanto al fascicolo cartaceo, un fascicolo informatico con
gli atti stilati in forma digitale, siglati con la firma digitale
e notificati o comunicati in modo elettronico. Questa innovazione, tracciata, come
si è accennato, sul solco delle riforme volute per garantire
l’efficienza della pubblica amministrazione, segna a buon diritto
un cambiamento di notevole importanza rivelando scopertamente
la necessità di imprimere una svolta, soprattutto culturale,
al modo di operare nelle aule giudiziarie nonché di affrontare
in modo nuovo e diverso le problematiche che da sempre investono
(e affiggono) il settore della giustizia. Anche se del processo telematico
non si è data ancora concreta attuazione – salvi casi sporadici
dal sapore sperimentale e pionieristico – e pur se la “rivoluzione”,
come qualcuno, con accento forse un po’ enfatico, ha salutato
l’introduzione di queste norme[4],
riguarda solo branche limitate del diritto, vi è da ritenere
che non sia intempestivo porsi alcuni interrogativi di fondo
strettamente connessi con il passaggio dal mezzo cartaceo a
quello digitale. Tralasciando volutamente l’esposizione
circa le novità portate dalla nuova forma processuale[5]
e l’elencazione (delle non poche) difficoltà di far decollare
l’istituto della firma digitale[6], si vuole qui
affrontare, in via specifica, quanto attiene al profilo formale
della sentenza del giudice. 2. –
La sentenza nel processo telematico Il menzionato
D.M. 123/01, in relazione alla sentenza del giudice, stabilisce
unicamente che venga redatta come documento informatico sottoscritto
con firma digitale dal giudice stesso e trasmessa, ai sensi
dell’art. 119 delle norme di attuazione del codice di procedura
civile[7],
con le modalità fissate dall’art. 3, comma 3, medesimo D.M.[8]
in modo che ne siano assicurate integrità, autenticità e riservatezza.
Il Cancelliere, secondo quanto stabilito dall’art. 133 cod.
proc. civ., sottoscrive la sentenza con la propria firma digitale[9].
Nulla dunque viene disposto sulla circostanza se la sentenza,
essendo il supporto, su cui viene scritta, informatico, possa
o meno essere ipertestuale[10]. L’omissione
non è di poco conto se si tiene presente l’importanza che questo
tipo diverso di scrittura ha rispetto a quella ordinario, considerata
l’operatività potente dei links e la consequenziale problematica
che attiene alla compatibilità del collegamento ipertestuale
con il carattere dell’irrevocabilità che la sentenza stessa
è destinata ad assumere. 3. –
La scrittura lineare e quella non sequenziale Prima di
affrontare gli argomenti connessi all’ipertestualità della sentenza
occorre innanzitutto intendersi sul significato di alcuni termini
da utilizzare in questa esposizione che, seppur breve, deve
essere puntuale, onde non ingenerare incomprensioni segnatamente
sui concetti di linearità e non della lettura di un testo. Va innanzitutto
precisato che la lettura di un libro procede, normalmente, per
sequenzialità di significati vale a dire parola per parola,
concetto per concetto partendo da un termine iniziale per inoltrarsi
sino a quello finale senza scantonamenti di rotta. Il verso
di acquisizione dei significanti è quindi unico salvo quello
che possa essere accidentalmente intrapreso dal lettore che,
per rileggere un passo, ritorni su di una parte già letta ovvero
– al fine testare l’opera onde decidere magari se comprare o
meno il libro – sfogli le pagine in modo del tutto casuale. Si è poc’anzi
scritto che la lettura di un libro procede ‘normalmente’ in
modo lineare in quanto può anche accadere che, durante la scansione
sequenziale delle parole, il fruitore abbandoni il filo logico
della lettura per dare un’occhiata, ad esempio, alle note a
piè di pagina richiamate dal testo stesso[11]
ovvero “salti” intenzionalmente ad altre parti dell’opera contenenti
immagini, fotografie connesse semanticamente al capitolo ovvero
consulti il testo posto a fronte perché scritto magari in lingua
originale[12]. Un quotidiano,
un vocabolario, gli indici per argomenti delle enciclopedie,
invece, sono esempi di testo naturalmente non sequenziale, consentendo
al lettore di scegliere il percorso da intraprendere secondo
una logica sua propria e non di colui che ha redatto l’opera[13].
Il fruitore, invero, in questo caso, si sposta per unità significative
o autonome di testo (per campi di significazione), all’interno
delle quali continua tuttavia a muoversi in modo sequenziale.
In altre parole, per ricercare un dato lemma su un vocabolario,
il lettore non si mette a leggere tutti i vocaboli antecedenti
a quello che sta ricercando essendo del tutto inutile per la
comprensione di quanto sta cercando. Lo stesso dicasi per la
lettura di un articolo di una rivista o di un giornale: il soggetto
non è costretto a leggere tutti gli altri articoli precedenti
o successivi di un dato pezzo, potendo semmai ricercare quelli
contigui dal punto di vista informativo tralasciandone altri
distanti dal proprio interesse. L’ipertesto[14]
è, invece, sia una tecnica di espressione che un modo diverso
di strutturare l’opera stessa. Nella prima accezione, che potrebbe
chiamarsi più correttamente ipertesto di collegamento,
l’ipertesto è una tecnica espressiva, un arricchimento della
scrittura sequenziale dando la possibilità di accedere in modo
non lineare ad altre unità informative senza stravolgere l’andamento
sequenziale della lettura. Costituiscono
ipertesto le citate note a piè di pagina[15],
le bibliografie intese come rinvii ad altri documenti connessi,
ma anche, nei documenti digitali, i testi corredati da link
elettronici. Il testo sequenziale arricchito di collegamenti
ipertestuali, non ha una sua sufficienza semantica esaurendo
infatti, ad ogni rimando, solo l’interezza della digressione
e non anche l’insieme del blocco significativo autonomo. Come modo
diverso di pensare l’opera, l’ipertesto, in questo caso
strutturale, trasforma per contro il contenuto in un’unità
di sottoinsiemi raggiungibili in modo agevole e rapido attraverso
una rete sottostante di links[16]. In quest’ultimo
senso il link permette di imporre una sorte di ordine anarchico
della lettura ribaltando il concetto di inizio e di termine
tradizionalmente intesi a tutto vantaggio di un diverso inizio
e di un diverso termine che non è più proprio dell’autore, bensì
del lettore, il quale potrà, qualora lo voglia, opzionando la
relativa connessione, seguire un percorso tangente all’argomento
principale allontanandosi di ramificazione in ramificazione
dal tema principale di partenza sino addirittura a perderlo
del tutto di vista. I percorsi
di lettura, potenzialmente tutti percorribili e tendenti (quasi)
all’infinito, sono pertanto molteplici anche se la struttura
reticolare dell’ipertesto è già stabilito a priori dall’Autore[17]
al momento del confezionamento del lavoro avendo egli effettuato
una preselezione a monte fra tutti i possibili collegamenti[18].
L’ipertesto
strutturale è già quindi pensato in compartimenti logici autonomi
che possono essere finanche slegati dall’argomento primario[19],
potendo rendere non necessaria l’esplorazione delle altre porzioni
bastando di per sé, ognuno di essi, ad esaurire l’interesse
del lettore. Ciò non
toglie che all’interno di un ipertesto strutturale vi siano
uno o più collegamenti ipertestuali trattandosi di modalità
di composizione, quella strutturale o di mero collegamento,
non incompatibili fra loro. Da queste
prime osservazioni può trarsi allora già alcune prime considerazioni:
l’ipertesto di collegamento non è un’invenzione recente, quale
corollario del link elettronico: la forma ipertestuale, intesa
in senso stretto, è infatti sempre esistita quale primaria esigenza
dello scrittore di creare un’espansione del suo narrato[20]. Ciò che è
realmente si prospetta come nuovo è, per converso, il mezzo
tecnico del collegamento elettronico e il suo utilizzo nella
disaggregazione del testo allorquando l’ipertesto diviene strutturale.
Il link,
dunque, altro non è se non un collegamento di natura elettronica,
un algoritmo contenuto nella pagina informatica su cui insiste,
che pone in connessione tra loro porzioni di file (lessìe[21]
o nodi[22])
contenuti vuoi nel medesimo documento vuoi in documenti anche
fisicamente lontani fra loro. E l’ipertesto, come categoria
generale, è un’opzione di espansività del contesto cui inerisce[23]
e può realizzarsi ogni qualvolta l’autore consenta, con un richiamo
percepibile al lettore[24], l’approfondimento
di quanto esposto[25].
Il link
in se stesso individua, a bene vedere allora, solo un tipo di
connessione e non necessariamente una modalità nuova di lettura,
consentendo via software di spostarsi da un luogo testuale
ad un altro, come una sorta di liana elettronica, non esaurendo
in sé e per sé, né potrebbe farlo, il concetto proprio di ipertesto[26].
La modalità
nuova di lettura si ottiene invece solo impiegando lo strumento
link all’interno di un testo volutamente pensato in blocchi
autonomi e interdipendenti facilitando la consultazione trasversale
dello stesso testo[27]. La seconda
conclusione, deducibile da quanto si è appena scritto, è che
la sequenzialità della lettura è un portato della sequenzialità
della scrittura. E’ evidente infatti che le parole vengono scritte
secondo una successione logica che, nell’obbedienza delle regole
di grammatica e sintassi consentono, nella loro rilettura, la
rappresentazione semantica di ciò che viene compreso[28].
La lettura non lineare di un testo non può per vero permetterne
anche la sua intelligenza giusta l’impossibilità della ricomposizione
nel nostro cervello della relativa sequenza che rimandi ad un
qualche significato logico. Mancherebbero, in altre parole,
i parametri cognitivi cui referenziarsi e le parole rimarrebbero,
pur con il loro relativo significato, slegate le une dalle altre. La lettura
non sequenziale di blocchi di testo o anche per associazioni
argomentative è propria invece del pensiero, del sogno, della
produzione creativa, ma anche del discorso e della conversazione
in genere. Anche il ricordo segue fili connettivi apparentemente
liberi esprimendosi per steps che possono prescindere
dalla razionalità e dalla volontarietà del soggetto agente. 4. –
I vari tipi di ipertesto Non può
sfuggire allora come possano esistere vari tipi di ipertesto[29].
Oltre all’ipertesto[30]
strutturale e al testo sequenziale arricchito di collegamenti
ipertestuali cui più sopra si è fatto riferimento, vi è l’ipertesto
chiuso e quello aperto, rispetto non tanto al file cui il link
fa riferimento, ma in relazione al volume in cui il documento
ipertestuato è contenuto. Se il documento in questione è chiuso,
inglobato, ad esempio, in un CD non riscrivibile e i links contenuti
in esso rimandano solo ad altre lessìe native del CD stesso
è evidente che l’ipertesto ha un’espandibilità limitata ad un
numero finito di contenuti e circoscritta all’area di copertura
concettuale originariamente voluta dall’autore del contesto. Ma se il
documento contenente il link punta all’esterno dell’unità che
lo contiene rimandando a frammenti informativi residenti ad
esempio su Internet, l’ipertesto è indubbiamente aperto
a contenuti che, contrariamente all’altra ipotesi, possono mutare
continuamente sino ad essere sostituiti o soppressi anche oltre
l’intenzione dell’autore. Il contesto,
cui appartiene il collegamento, può in questo modo da una parte
avvalersi di un aggiornamento continuo, se previsto o prevedibile,
dall’altro rischia di rinviare a parti documentali non più esistenti
rendendo monco o incompleto il documento di partenza. Ecco quindi,
che a tale riguardo può osservarsi che il documento ipertestuale
aperto non è mai finito nel senso dell’editing, così
come siamo abituati a ritenere quando pensiamo alla carta stampata,
ma è suscettibile di una riscrittura parziale ma sostanzialmente
senza fine. Sul documento
ipertestuale chiuso scende invece il sigillo dell’immutabilità
che se da una parte è deleterio per l’evoluzione del testo,
dall’altra assicura stabilità al medesimo non potendo più essere
corretto o cancellato. Il collegamento
ipertestuale può essere inoltre circolare o incompleto. E’ circolare
– come dovrebbe sempre essere per consentire una navigazione
ottimale da parte del lettore – quando viene previsto dall’autore,
nel punto di arrivo del collegamento, il ritorno al punto di
partenza. E’ incompleto, per contro, il link che invece
non prevede questa opzione. 5. –
La sentenza ipertestuale Alla luce
delle prescrizioni di legge sopra viste, non si ha motivo di
ritenere allora che la sentenza ipertestuale non sia ammissibile. Certamente,
per l’insopprimibile esigenza di non tangibilità della sentenza,
successivamente alla sua pubblicazione, e ancor più dopo il
suo passaggio in giudicato, il provvedimento non deve poter
essere modificato neppure attraverso i collegamenti ipertestuali.
Ciò postula che i rinvii ipertestuali siano chiusi, secondo
quanto anzi riportato, vale a dire rimandino a files anch’essi
tutelati dalla non tangibilità per essere ricompresi in un CD
non riscrivibile o comunque non aggiornabile. Nessun
impedimento è poi ravvisabile neppure in relazione alla sentenza
strutturalmente ipertestuale anche se la natura del provvedimento
in parola mal si presterebbe a questa forma di scrittura. Inoltre
va qui osservato che la struttura in forma totalmente ipertestuale
del provvedimento può facilitare, per la non sequenzialità degli
argomenti esposti e per quanto più sopra riportato, l’accesso
agli stessi per un ordine diverso da quello voluto dall’Autore,
agevolando la lettura casuale o secondo un interesse settoriale
o minimale del fruitore che può così perdere di vista l’intelligibilità
di un documento che ha validità e significanza nella sua interezza. Infatti,
va qui osservato, che la sentenza ipertestualizzata richiedere
pur sempre e a monte, l’acquisizione da parte dell’estensore
di un patrimonio conoscitivo appropriato in modo da poter affrontare
il modo diverso e particolare di scrivere l’ipertesto che deve
essere pensato in modo disaggregato e differenziato: le pagine
devono prevedere, non solo rimandi ad altre pagine, ma anche
la suddivisione funzionale del testo in blocchi significativi
sematicamente autonomi con individuazione dei nodi di connessione
reciproca. E non può nascondersi che ciò può essere di ostacolo
al progresso argomentativo proprio della sentenza potendo infatti
il rinvio ipertestuale facilmente assumere un valore apodittico
contrario al ragionamento disteso,[31]
logico e non contraddittorio proprio di questo tipo di provvedimento.
Infine,
per l’ottimizzazione della consultazione, i links dovrebbero
essere circolari, in quanto, in caso contrario, verrebbe seriamente
penalizzata l’utilità, quanto meno dell’immediatezza, della
previsione degli ipertesti. |
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6. –
I vantaggi dell’ipertestualità I vantaggi
dell’ipertestualità risiedono nella contestualizzazione referenziale
del processo nella sentenza. Se l’estensore infatti cita nella
parte motivazionale un certo documento (o una parte di esso) o
un passo della deposizione di un testimone ovvero una particolare
dissertazione tecnica di un accertamento peritale, potrà con l’inserimento
di un link, inglobare l’elemento probatorio richiamato come se
facesse parte integrante della sentenza stessa. Ciò consentirebbe
al lettore critico, il vaglio immediato del rinvio e della bontà
dell’utilizzo del relativo significato probatorio da parte del
giudice oltre che permettere una maggior comprensione non solo
dell’iter logico-motivazionale della sentenza, ma anche dell’intero
procedimento. Si pensi poi, in particolare, all’utilità,
in questo senso, dispiegata dall’ipertestualità in un processo
di grossa mole dove la ricerca dei passi citati richiederebbe
comunque tempo per la ricerca dell’esatto punto richiamato che
rimane pur sempre non agevole anche se si utilizzasse un software
di information retrieval[32]. Un altro vantaggio, per l’integrazione
stessa del documento richiamato con il documento richiamante,
è una maggior sintesi espositiva, soprattutto per tutte quelle
parti della sentenza che citano analiticamente fonti esterne in
modo ridondante o ripetitivo (si pensi all’inutilità di riscrivere
per esteso una massima giurisprudenziale cui sarà possibile accedere,
per essere stata scritta in un file esterno scaricato da una qualche
raccolta dati giuridica, con un semplice clic sul relativo collegamento
ipertestuale). Inoltre
il testo acquista in pulizia formale e chiarezza, mentre i contenuti
vengono resi più gestibili e fruibili non presentandosi in blocchi
omogenei e compatti tali da doverli far scorrere sullo schermo
con quell’effetto a “papiro” che a volte può disorientare essendo
radicata in tutti noi l’abitudine di leggere per aree non più
grandi di un formato A4[33]. La chiarezza è poi fornita anche
dal fatto che i collegamenti ipertestuali veicolano informazioni
anche sulle relazioni esistenti tra i links stessi (sottoordinazione,
sovraordinazione, associazione) sicché l’Autore finisce per ‘far
passare’ in chiaro quelle connessioni mentali che normalmente
rimangono impliciti[34]. La forma ipermediale e ipertestuale
può sollecitare, inoltre, pur nel sovraccarico di informazioni
veicolate dall’ipertesto, un maggior interesse per i contenuti
appresi, facilitando all’occorrenza i processi mnemonici relativi,
giusta anche la scelta personale dei percorsi cognitivi attivati. Peraltro è appena il caso di osservare
che l’inserimento di collegamenti ipertestuali è attuabile con
un minimo di pratica da parte dell’estensore[35]
essendo un’opzione implementata in tutti i più diffusi word processors.
E’ chiaro inoltre che, qualora
l’estensore non sia capace di redigere il documento informatico
– e quindi di provvedere ad includere i collegamenti ipertestuali
– sarà onere del cancelliere (secondo il già ricordato art. 119
delle norme di attuazione del codice di procedura civile) provvedervi
dovendo avere altresì cura di inserire e immettere tutti i links
voluti dall’estensore. Da ultimo va osservato che, una
migliore intelligibilità della sentenza verrebbe certamente dalla
sua riscrittura in codice HTML, opzione ottenibile con facilità,
anche questa, con tutti i più comuni programmi di videoscrittura. 7. -
Conclusioni Nel silenzio
delle norme che prevedono, nel quadro del processo telematico
delineato dal D.M.
13 febbraio 2001, n. 123, tra l’altro, la forma dei provvedimenti del giudice,
nulla viene stabilito circa l’eventuale forma ipertestuale della
sentenza. Avvalersi
dell’ipertesto di tipo chiuso, circoscritto cioè solo ai documenti
inseriti in un supporto magnetico sigillato onde non consentire
modifiche esterne successive alla pubblicazione della sentenza
stessa, permetterebbe un notevole arricchimento del testo che
diverrebbe, con i riferimenti incrociati all’interno della sentenza
stessa, ma anche di tutti i files richiamabili dal provvedimento
(deposizioni di testimoni, accertamenti peritali, immagini e video
di sopralluoghi[36]…)
un importante elemento testuale del processo anche dal punto di
vista della formazione di un documento frutto di sintesi motivazionale
e probatoria. Migliorerebbe
altresì l’intelleggibilità del provvedimento (da parte dei difensori
per la redazione degli atti di appello, ma anche da parte dei
giudici superiori e degli studiosi) consentendo l’immediata verifica
e riscontro delle argomentazioni motivazionali adottate. E’ poi auspicabile, qualora il
processo telematico desse buoni frutti, che il medesimo potesse
essere adottato anche nel settore penale, ove le esigenze di celerità
e immediatezza appaiono ancor più apprezzabili. La sentenza ipertestuale
dispiegherebbe qui, ancor più che altrove, tutta la sua capacità
esplicativa divenendo un mezzo espressivo potente e particolarmente
efficace. Maurizio
Barbarisi Magistrato [1] “Regolamento recante disciplina sull’uso di strumenti informatici e telematici nel processo civile, nel processo amministrativo e nel processo innanzi alle sezioni giurisdizionali della Corte dei Conti”. [2] M. Cammarata: “Tutti gli
atti e i provvedimenti del processo...”, www.interlex.it [3] Il cosiddetto pacchetto Bassanini di cui alla legge 15 marzo 1997 n. 59; vanno ricordate anche le disposizioni sul documento informatico e la firma digitale, D.P.R. 513/1997 e quelle del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, D.P.R. del 28 dicembre 2000, n. 445. [4]
Nella Relazione tecnico-normativa di accompagnamento al Regolamento
si legge infatti che il DM n. 123/01 “non detta norme modificative
delle disposizioni sostanziali processuali (adempimenti, termini,
contenuto di atti, produzioni ecc.), bensì solo norme strumentali
sull’uso di strumenti informatici e telematici nel processo
che si affiancheranno alle modalità ordinarie (su supporto “cartaceo”). [5] Sul punto si leggano D. Rossi “Il processo civile (diventerà) telematico?” su www.diritto.it, G. Briganti, “Il cd. processo telematico”, www.iusreporter.it ed anche il sito www.ilprocessotelematico.it. [6] Per saperne di più: R. Baudizzone “I dubbi sulla validità dei documenti informatici” e M. Cammarata e E. Maccarone “Domande e risposte sulla firma digitale” FAQ (Frequently Asked Questions) sul sito di www.interlex.it. [7]
“L’estensore deve consegnare
la minuta della sentenza da lui redatta al presidente del tribunale
o della sezione. Il presidente.. la sottoscrive insieme con
l’estensore e la consegna al cancelliere, il quale scrive il
testo originale o ne affida la scritturazione al dattilografo
di ruolo…”. [8] “Con decreto del Ministro della Giustizia,
sentita l’Autorità per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione,
sono stabilite le regole tecnico-operative per il funzionamento
e la gestione del Sistema Informatico Civile, nonché per l’accesso
dei difensori delle parti e degli ufficiali giudiziari. Con
il medesimo decreto sono stabilite le regole tecnico-operative
relative alla conservazione e all’archiviazione dei documenti
informatici, conformemente alle prescrizioni di cui all’articolo
2, comma 15, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, e all’art.
18 del decreto del Presidente della Repubblica 10 novembre 1997,
n. 513”. E’ chiaro che dette regole dovranno tener conto
della necessità, da una parte, di rendere irreversibile quanto
già archiviato sul supporto informatico e, dall’altra, di consentire
l’aggiornamento del processo che è di per sé continuo ed incessante
fino a quando non abbia terminato il suo iter. A tale
proposito va ricordata la Deliberazione 24/98 del 30 luglio
1998 concernente le “Regole tecniche per l’uso di supporti
ottici” che ha stabilito che per l’archiviazione dei documenti
possono essere utilizzati supporti per i quali l’operazione
di scrittura comporti una modifica permanente ed irreversibile
delle caratteristiche del supporto stesso. Sono pertanto esclusi
i supporti per i quali esista una tecnica per annullare l’effetto
dell’operazione di scrittura anche nel caso che tale tecnica
richieda l’uso di dispositivi diversi da quelli installati nel
sistema di archiviazione; sulla questione: A.Piraino, dalla
relazione tenuta al Forum su “Il processo telematico: esperienze
e prospettive” svoltosi a Palermo il 28 giugno 2001, nell’ambito
del convegno nazionale sul tema: “Le priorità della giustizia,
dall’efficienza all’effettività” reperibile all’indirizzo
www.giustiziasicilia.it/principale.htm.
[9] “La sentenza è resa pubblica mediante il deposito nella cancelleria del giudice che l’ha pronunciata. Il Cancelliere dà atto del deposito in calce alla sentenza e vi appone la data e la firma, ed entro cinque giorni, mediante biglietto contenente il dispositivo, ne dà notizia alle parti che si sono costituite”. [10] Anzi, proprio l’applicazione del principio di libertà delle forme, ex art. 121 c.p.c. richiamato dall’art. 4 del Regolamento n. 123/01 consente di fatto la redazione delle sentenze – ma anche dei decreti e delle ordinanze – in forma elettronica e dunque anche nella forma ipertestuale. [11] Per queste modalità di approfondimento del testo si parla normalmente di intertestualità. [12] Per tale tipo di lettura, alcuni Autori, facendo tesoro dell’insegnamento di G. P. Landoow, parlano di lettura multisequenziale o multilineare, R. Avato, in “Testo e Ipertesto”, in www.racine.rai.it. Per saperne di più, invece, sull’opera di Landow si consulti il sito della Brown University e, in particolare, la sezione Critical Theory, http://landow.stg.brown.edu/cpace/cspaceov.html. [13] Per quanto, a ben osservare, la “libertà” di lettura con andamento non sequenziale è solo illusoriamente svincolata dalla volontà del redattore del testo, posto che la lettura in tanto è non lineare in quanto sia stata progettata come tale dal suo creatore; giocoforza il fruitore non farà che seguire un percorso di lettura certamente più articolato di quello sequenziale, ma comunque prefissato. Se si leggesse in modo non lineare un testo lineare il lettore fatalmente finirebbe per smarrirsi ovvero per perdere il significato complessivo di quanto sta leggendo. [14] La parola ipertesto è composta dalle parole yper e textus. Yper è di derivazione greca e vuol dire “sopra, oltre”: usata in qualità di prefisso, indica un grado superlativo o anche eccessivo, anomalo per eccesso, di ciò che è specificato nel secondo termine del nome composto. Textum o textus viene invece dal latino texere, che significa “tessere, intrecciare” e textus è ciò che è intrecciato ovvero la trama, l’intreccio. La parola ipertesto mira dunque a valorizzare la capacità dell’ipertesto di ‘andare oltre’ il testo cui è inserito. Per una trattazione completa sull’ipertesto in generale e sulle problematiche ad esso attinenti: G. P. Landow, “Ipertesto - Il futuro della scrittura”, Baskerville, Bologna, 1993; P. Lévy “Le tecnologie dell’intelligenza”, Synergon, Bologna, 1992. [15] G. P Landow: “Ci sono testi
che sono più ipertestuali di altri. I testi scolastici che contengono
note a piè di pagina o in fondo al libro, o glossari, sono molto
più ipertestuali di un semplice romanzo o di un racconto. D’altra
parte, le enciclopedie sono opere quasi del tutto ipertestuali”,
da un’intervista riportata in “La grande potenza del testo
quando diventa ipertesto”, http://www.mediamente.rai.it
. [16] Si pensi alla homepage di un portale (tra i tantissimi, ad esempio, www.yahoo.it) dove il documento è utilizzato come una sorta di plancia di comando da dove è possibile accedere, non solo ai servizi forniti di mailing, di e-shopping o di chat, ma anche alle rubriche gestite dal sito, agli altri siti collegati, alle directory interne di ricerca, agli advergames e a molto altro. Un simile ipertesto, tuttavia, funzionalmente costruito come un insieme di meri collegamenti, in realtà e per paradosso, cessa addirittura di essere un testo non consentendo infatti una lettura sequenziale al suo interno ma solo un rimando ad un testo lineare contenuto altrove. [19] Che potrebbe anche cessare di essere tale. [20] Correttamente Jacques Derida, ideologo del poststrutturalismo, nel rifuggire le contrapposizioni binarie, ritiene che il testo stampato e l’ipertesto non siano diametralmente opposti, ma occupino solo i punti distali di un ampio spettro espressivo, trovandosi il testo digitale a metà strada di questo ideale percorso. [21] G. Roncaglia, critica in “Filosofia
e ipertesti: i molti labirinti” – N. Boccata e G: Platania
(eds), “Il buon senso o la ragione. Miscellanea di studi
in onore di Giovanni Crapulli”, Viterbo: Sette Città, 1997
– il significato che lessìa ha per Roland Barthes. Secondo il
creatore del neologismo il concetto è legato all’operazione
di lettura eseguita su di un testo visto come intrinsecamente
plurale ed aperto. Roncaglia, che non accetta neppure i termini
di texton e scripton suggeriti da E. J. Aarseth
nel suo “Nonlinearity and Literary Theory”, propone invece
la locuzione “blocchi costitutivi di ipertesto”. [22] C. Rovelli: “Un ipertesto può essere un insieme di ‘unità di informazione’, detti nodi, connessi da collegamenti, links; un ipertesto, dunque non è una successione di pagine, ma una rete di nodi.”, in “I Percorsi dell’Ipertesto”, Synergon, Bologna, 1994. [23] In senso lato può ritenersi ipertesto anche quel testo che contenga un collegamento inserito in un’immagine. [24] Invero il lettore può infatti contare su di un patrimonio comune di convenzioni condivise e apprese secondo cui vi è un link allorquando il puntatore del mouse, al passaggio su di una porzione di testo – o immagine – si trasforma in una “manina” pronta al cliccaggio; e ciò a prescindere dal fatto che il testo che contiene il link sia evidenziato in grassetto o con una sottolineatura. [25] Secondo G. P Landow, è invece
“una forma di testo composta da blocchi di scrittura e immagini
collegati da link che permette una lettura multilineare: non
una lettura non lineare o non sequenziale, ma una lettura multisequenziale”,
in “La grande potenza del testo
quando diventa ipertesto”, cit. [26] R. Avato, in “Testo e Ipertesto”, cit., suggerisce il termine di ipertesto solo per l’ipotesi dell’insieme di collegamenti elettronici riuniti nell’indice generale (mappa globale) distinguendo ulteriormente tra collegamento libero (di tipo associativo) e collegamento interattivo (di tipo partecipativo). [27] Un esempio di ipertesto strutturale lo si ha negli help in linea di programmi commerciali. L’interdipendenza tra loro dei vari blocchi di testo pur collegati da una struttura a reticolo a volte è così forte da mettere il lettore nelle condizioni di non uscire dall’informazione particolare per raggiungere l’informazione generale o di sistema che magari sta ricercando. Il fruitore è poi penalizzato anche nella gestione del motore di ricerca interno agli helper in quanto, al digitare nella relativa textbox di una data parola, otterrà, in risposta, proprio in forza della frammentazione del testo ipertestualizzato, un numero elevatissimo di documenti tra cui dovrà cercare (faticosamente) l’argomento che gli interessa.. Va poi osservato che la consultazione trasversale del testo accentua la tendenza a ‘consumare’ velocemente la scrittura, senza in realtà permettere di approfondirla attraverso l’assimilazione del contesto di riferimento o consentire comunque una riflessione ponderata su quanto potenzialmente potrebbe essere letto; questo atteggiamento superficiale e passivo del navigatore, distratto da una molteplicità di informazioni da vagliare, lo spinge di fatto a meramente rimbalzare da un blocco di testo ad un altro alla ricerca infruttuosa di un qualcosa che lui stesso non riesce a vedere. La passività tuttavia, va qui precisato, connota solo un uso distorto del collegamento ipertestuale che richiede per vero una partecipazione attiva e consapevole del navigatore. [28] M. C. Lavorato, E. Marchetto, “Le emozioni della lettura”, Psicologia Contemporanea, pp. 30/38, 173, 2002, Giunti. Le Autrici sul punto scrivono: “…la rappresentazione semantica è il risultato di una serie di processi piuttosto complessi. Tali processi ruotano, fondamentalmente, intorno all’elaborazione dell’informazione linguistica, per cui: 1) viene riconosciuto il significato di ciascuna singola parola; 2) viene riconosciuto il significato di ciascuna frase; una serie di frasi vengono elaborate assieme per costruire un significato che le sintetizzi. I significati, una volta elaborati, vengono poi mantenuti in mente dal lettore, affinché diventi comprensibile il significato delle frasi successive della narrazione.” [29] Il primo ad usare il termine ipertesto fu Theodor Holm Nelson secondo il quale l’ipertestualità comportava la perdita da parte del testo della centralità del tutto rispetto alle parti che lo compongono; ciò comportava anche il consequenziale ribaltamento di rilevanza dell’autore rispetto al fruitore potendo quest’ultimo diventare a sua volta autore del testo giusta la connotazione di interattività connessa al testo non sequenziale letto; secondo l’Autore, l’interattività ha infatti una capacità innovativa sua propria tale da costituire la base di un rifacimento ex novo del testo a dispetto della volontà del suo originario redattore con ricadute rilevanti sulla paternità dell’opera e sul superamento del concetto del diritto di autore a favore della condivisione delle risorse. Questa visione dell’ipertesto appare tuttavia militante, enfatica e fuorviante se solo si tiene presente che il fruitore del testo non aggiunge alcunché a quanto legge non apportando un aliquid novi all’opera consultata. Il diverso taglio di lettura non potrà mai essere per vero considerata una rifondazione dell’opera, anzi una lettura mediante collegamenti elettronici deve esser valutata, dal punto di vista della novità, ancor meno di una sintesi operata dal lettore – essendo infatti il link un mero strumento di consultazione – e il risultato non può essere più importante di una diversa impaginazione del testo. Se da un articolo di una rivista dovessi tagliare con le forbici uno o più paragrafi e li disponessi, secondo un certo ordine, su di un tavolo, ponendo poi vicino ad alcuni di essi altri pezzi di un altro articolo richiamato dal primo, certamente avrei fatto un collage di brani, ma non potrò mai ragionevolmente sostenere di aver creato nulla di legalmente tutelabile. [30] “Un nuovo tipo di organizzazione testuale”, come afferma giustamente G. Gigliozzi, in “Leggere un ipertesto”, su www.cometanet.it [31] De Carli, L., “Internet. Memoria e oblio”, Torino, Bollati Boringhieri 1997, p. 27 [32] Sull’information retrieval: http://videoserver.iei.pi.cnr.it:2002/DELOS/CLEF/amster-wkshp01.pdf [33] Per questo, alcuni studiosi, onde esaltare le potenzialità dell’ipertesto raccomandano che le porzioni di testo raggiunte da un collegamento non occupino un’area che sia superiore ad una schermata. [35] Può essere utile, a tale riguardo, visionare: www.polotecnico.it/livello_d/word/ipertestodoc.htm [36] In questo caso la sentenza oltre che ipertestuale sarebbe anche ipermediale. Sul punto, per approfondire l’argomento, si legga A.A.V.V. (a cura di Luca Toschi), Il linguaggio dei nuovi media, Milano 2001. |
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